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Stratificazione del rischio di morte improvvisa: dallo studio elettrofisiologico all'alternanza dell'onda T
| Content Provider | Semantic Scholar |
|---|---|
| Author | Pedretti, Roberto F. E. Braga, Simona Sarzi Vaninetti, Raffaella Laporta, Antonio Masnaghetti, Sergio Raimondo, Rosa Rubin, Debora Santoro, Francesco Salerno, Mario Sergio |
| Copyright Year | 2008 |
| Abstract | La morte cardiaca improvvisa rappresenta ancora un importante problema di salute pubblica ed è ben noto come la sua più comune causa sia una tachiaritmia ventricolare maligna quale la fibrillazione ventricolare (FV) o la tachicardia ventricolare (TV) sostenuta. Il defibrillatore impiantabile (ICD) rappresenta una terapia realmente efficace per la prevenzione della morte cardiaca improvvisa secondaria a tachiaritmie ventricolari. Studi clinici randomizzati e controllati hanno infatti ben dimostrato come l’impianto di un ICD sia in grado di incrementare significativamente la sopravvivenza in pazienti con disfunzione ventricolare sinistra e/o insufficienza cardiaca, sia con cardiopatia ischemica postinfartuale che ad eziologia non ischemica1,2. Sebbene tali studi abbiano selezionato pazienti sulla base della sola frazione di eiezione ventricolare sinistra (FEVS), l’applicazione di tale approccio sic et simpliciter nella pratica clinica quotidiana presenta ricadute sul piano operativo non ancora del tutto chiarite3 per quanto riguarda le dimensioni dell’intervento, pertanto è ancora oggetto di discussione e controversa4. L’approccio clinico alternativo è basato sul principio di identificare tra i pazienti con disfunzione ventricolare sinistra e/o scompenso cardiaco quel sottogruppo che, nonostante ridotti valori di FEVS, presenti una prognosi soddisfacente, impiegando in tale percorso i test diagnostici non invasivi, sfruttando il loro elevato valore predittivo negativo5,6. Numerosi sono i test non invasivi utili alla stratificazione del rischio aritmico e menzionati nelle ultime linee guida7 pubblicate sull’argomento: la ricerca dei potenziali tardivi ventricolari, espressione di attività elettrica rallentata, disomogenea e frazionata favorente il fenomeno del rientro, l’attività ectopica ventricolare frequente e complessa all’ECG dinamico secondo Holter, la disfunzione dell’equilibrio autonomico cardiaco, studiato con le tecniche della variabilità della frequenza cardiaca, del riflesso barorecettoriale e della turbolenza della frequenza cardiaca7. Storicamente, oltre ai test non invasivi, anche lo studio elettrofisiologico (SEF), mediante la tecnica della stimolazione ventricolare programmata, era stato con speranza considerato tra gli approcci utili nella stratificazione del rischio aritmico6. Dapprima accolto dalla comunità scientifica con riluttanza, forse a causa delle sue caratteristiche di invasività e dei deludenti risultati riportati inizialmente8, successivamente diversi autori ne hanno rivalutato il ruolo suggerendone il suo impiego in pazienti preselezionati con tecniche non invasive e pertanto a probabilità medio-alta di eventi aritmici spontanei9-13. Applicabile solo nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica, stante la sostanziale sua inefficacia nella definizione del rischio dei pazienti affetti da cardiopatia ad eziologia non ischemica, si è osservato un |
| Starting Page | 33 |
| Ending Page | 39 |
| Page Count | 7 |
| File Format | PDF HTM / HTML |
| Volume Number | 9 |
| Alternate Webpage(s) | https://www.giornaledicardiologia.it/r.php?a=7861&f=allegati/00675_2008_10/fulltext/S1-10_2008+07+33-39.pdf&l=10857&v=675 |
| Alternate Webpage(s) | http://www.giornaledicardiologia.it/allegati/00675_2008_10/fulltext/S1-10_2008%2007%2033-39.pdf |
| Language | English |
| Access Restriction | Open |
| Content Type | Text |
| Resource Type | Article |